Debora ha vissuto per 19 anni in una comunità chassidica Satmar di Williamsburg, quartiere di New York. Una comunità con regole molte ferree, che si distingue dagli altri gruppo ultraortodossi ebraici proprio per questa severità nel modo di vivere.

Siccome i Satmar vedono l’Olocausto come una punizione divina, per evitare che si ripeta, vivono una vita scandita dai riti religiosi. Una comunità dove la donna, oltre a doversi sposare molto giovane, ha un solo compito dopo il matrimonio: il concepimento.

Debora però ha avuto il coraggio di andarsene per sempre da quella comunità e cambiare totalmente vita, a Berlino, terra natale dei suoi nonni materni dove ha ricominciato a vivere e soprattutto a respirare la tanto negata libertà.

Questa storia è diventata un’autobiografia che Debora ha scritto “Ex ortodossa. Il rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche” dal quale è stata tratta l’omonima mini serie “Unnorthdox” che trovate su Netflix.

LA MINI SERIE

Nella serie è Ester Shapiro (Shira Haas) a vestire i panni di Debora. Un viaggio nel presente, la fuga a Berlino e continui flashback che ci riportano indietro di qualche anno, alla sua vita nella comunità di Satmar a New York. Ester ha 17 anni, vive a Williamsburg con la nonna, che l’ha cresciuta, il padre, un alcolizzato nullafacente e la matrigna. La madre naturale di Ester se n’è andata quando lei aveva tre anni perché non sopportava più l’idea di vivere in una comunità dove la patina dorata della religione valesse più della persona stessa (tradotto: hai un marito ubriacone? Non importa, una moglie Satmar deve stare al suo posto). Così Ester si ritrova sposa a 18 anni con un giovane che non conosce e soprattutto con un’identità sessuale mai scoperta tanto che non sa neanche cosa possiede sotto le mutande e come funziona.

Ma Ester però una cosa la sa: ama la musica e vuole una vita diversa. Di nascosto riesce a prendere lezione di pianoforte e sarà (in parte) la sua salvezza.

La situazione peggiora quando la giovane coppia prova ad avere i primi rapporti sessuali. Ester non si trova a suo agio con il marito Yanki che vuole a tutti i costi un figlio che però, non arriva subito. Questo porta Yanki a chiedere il divorzio da Ester per la mancata gravidanza.

Sarà la ciliegina sulla torta di anni di rifiuti e regole assurde per portare Ester a Berlino dove troverà davvero la sua strada, o forse no, ma sicuramente la libertà.

Un ritratto di una rinascita e di una rivincita. Unorthbook ci racconta di una comunità apparentemente sconosciuta, quella Satmar e lo fa ricreando alla perfezione sia gli interni delle case Satmar, senza neanche un apparecchio tecnologico che li possa far conoscere il mondo fuori dal quartiere, spoglie e fredde come il ghiaccio che gli esterni,  il quartiere di Williamsburg dove vive realmente la comunità.

Un quartiere che non sembra neanche lontanamente collocato nella città di New York, questo perché è anonimo. Le persone vivono nelle loro case, nei loro luoghi di preghiera e non fanno nient’altro (tutto quello che non riguarda famiglia e preghiera è considerato contro le regole).

Proprio come la sessualità, vista come un tabù assoluto e concessa solo per il concepimento e come la lingua, non si parla inglese ma solo yiddish.

Una scelta interessante, quella della lingua che viene lasciata così anche nella serie, infatti le parti yiddish non sono state doppiate (ovviamente con sottotitoli) proprio per rendere ancora più reale il luogo e la situazione che si sta raccontando in quel preciso istante. Tratti importanti che denotano la scelta stilistica della regista, Maria Schrader e dell’autrice Anna Winger di voler ricreare alla perfezione il contesto socio-culturale dove Ester è cresciuta e la mini serie diventa una sorta di viaggio nel passato e nella storia di questa comunità, concetto rappresentato in maniera eccellente e nei minimi dettagli.

Se New York diventa opprimente e totalitaria, Berlino è libertà. Qui Ester assapora cosa vuol dire vivere circondata da persone che non le impongono nulla, se non di essere se stessa. E lei scoprirà veramente chi è.

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La rinascita di Ester

Si può dire che Ester, scappando a Berlino ritrova anche la sua identità femminile.

Nella comunità Satmar,  dopo il matrimonio  le donne vengono rasate a zero e costrette a indossare una parrucca (tutte le donne indossano una parrucca identica). Un segno tangibile del potere che l’uomo vuole e deve esercitare su di loro come anche la procreazione: infatti una donna deve essere macchina sforna figli e prendersi cura del marito. Non c’è altro per lei tanto che non può neanche frequentare corsi o scuole. Solo madre e moglie.

La scoperta della sessualità, del corpo, della vagina, per Ester quindi non avviene. La “sessuologa” se così la possiamo definire, del quartiere, ovviamente Satmar, le da alcuni consigli tra i più strampalati mai sentiti e non c’è alcun riferimento al godimento, solo procreazione.

Berlino per Ester sarà una svolta in tutti i sensi, partendo proprio dalla sua identità di essere donna, senza farsene una colpa o un dovere. Può scegliere cosa indossare (indosserà per la prima volta un paio di jeans), cosa fare, come comportarsi e anche quale make-up comprare. Piccole attività quotidiane che per noi non richiedono neanche una riflessione m che per lei significano un grido di libertà e presa di coscienza sul suo corpo e su se stessa.

Cast

Nella parte di Ester c’è la giovane attrice israeliana Shira Haas che riesce perfettamente nella parte ma anche il resto del cast interpreta bene quella che è una comunità complessa da raccontare.

Si aggiungono al cast altri attori, molti giovani e volti semi noti come Yanki Shapiro, marito di Ester interpretato da Amit Rahav (già visto nella serie Dig) e Jeff Wilbusch (Moische Lefkovitch, cugino di Yanki) attore israeliano-tedesco visto in La tamburina.