Ci sono sguardi, mosse e pathos che solo la soap opera di stampo latino-americano riesce a incarnare.

Ecco che invece la terza stagione della Casa di Carta si rivela essere esattamente questo: un tripudio di gesti da soap opera, dialoghi piazzati qua e là spesso senza un filo logico, una storia che fa acqua da tutte le parti (si ritrovano magicamente in Italia tutti insieme quando in teoria non potevano neanche muoversi dal loro rifugio segretissimo!) e, la parte più triste di tutta la serie, non aver messo neanche un briciolo di creatività in una trama nata proprio nell’originalità.

Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire perché questa terza stagione è stata per noi una vera delusione.

Uno dei punti di forza della serie sono sempre stati loro: i personaggi. Seppur molto stereotipati fin dall’inizio (il maschio cis, lo sfigatello di turno, lo scontro tra fratelli per affermare la propria supremazia, la donna emancipata che però alla fine deve chiedere aiuto ad un uomo) i personaggi della Casa in un modo o nell’altro nelle prime due stagioni hanno funzionato ma ecco che nella terza ci voleva un salto di qualità per loro, uno sviluppo del singolo personaggio che non è avvenuto, forse per pigrizia o forse per paura di osare e di perdere quel sottile equilibrio che ha fatto esplodere il successo della serie.

<<Tentare di cambiare radicalmente tutto o continuare a percorrere la strada intrapresa? Si è optato per la seconda opzione e purtroppo il risultato è molto deludente>>.

Ma veniamo alla trama: anche in questo caso la domanda sorge spontanea, perché ripetere lo stesso identico copione? Certo, lo sappiamo benissimo che la squadra è composta da truffatori e ladri ma non c’era altra via se non riproporre allo spettatore una trama appiattita e brutta copia delle altre? A quanto pare no è la scena è stata quella. Tra qualche ma amorfo colpo di scena e banalità su banalità (cercare di incastrare Nairobi con il figlio è veramente la mossa più creativa e di certo non main stream che si potesse fare…) si è svolta questa stagione.

Ci sono diversi flashback che però a volte sono un intralcio per la trama e si rivelano essere un peso a lungo andare per tutta la struttura narrativa, già debole.

Ultimo ma non ultimo l’importanza delle musiche. Ecco, non basta scaricare la playlist dei classici da Spotify per creare una degna colonna sonora perché così facendo si cade solo nella banalità, si ancora una volta e nella noia.

Musicalmente parlando, neanche Bella Ciao salva la serie.

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